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Genitori Ultras

genitori ultras

La competitività, motore di una società fondata sul profitto e sul risultato, diviene elemento esacerbato nelle relazioni interpersonali e, spesso, ingrediente implicito delle comunicazioni tra genitori e figli. Si registrano infatti, sempre più spesso, nella pratica educativa e persino in quella clinica, inviti da parte di genitori nei confronti dei loro figli ad essere brillanti, di successo, in una parola “performanti”.

Sembra che i figli, più o meno dichiaratamente, debbano portare a termine un disegno di conquista, vincente nell’esito, preparato per loro dai loro attentissimi genitori. Questo bisogno di successo sentito di riflesso dai figli, emerge soprattutto in situazioni in cui il confronto coi i pari fa parte del contesto: per esempio scuola e sport sono situazioni elettive, in cui vi è la lotta per il buon risultato, il superamento degli avversari in abilità e competenze, e dove è in palio il riconoscimento degli adulti rispetto all’eventuale obiettivo raggiunto.

Genitori che implementano il loro livello di coaching nell’ambito di prestazioni scolastiche e sportive dei loro figli. Genitori che sembrano più motivatori, allenatori, professori a supporto del raggiungimento della meta. Genitori tifosi, genitori mister, genitori docenti. Genitori, che dall’alto del loro ruolo, impartiscono ordini, direttive, consigli. Ma soprattutto approvazione, sconforto, incoraggiamento, disapprovazione, ai figli, che impareranno a, o per lo meno si sforzeranno di, non deludere questi genitori esigenti. Genitori intransigenti sulla prestazione a scapito di un loro ruolo e di una loro presenza affettiva, accogliente e amorosa per quello che il loro figlio è e non solo per ciò che riesce a fare. Genitori severi oltremodo con i figli, ma disposti a difenderli con tutti i mezzi possibili di fronte ad altri adulti che hanno avuto il demerito, dal loro punto di vista, di non averli capiti. Che siano insegnanti, allenatori, insegnanti. Genitori, più che educatori, ultras dei loro figli.

Chissà. Forse si tratta di genitori frustrati nelle loro stesse personali aspettative, che puntano sul figlio come riscatto dalla loro condizione. Oppure genitori in ansia, che in questo nostro tempo così avaro di possibilità per i giovani, vedono restringersi per i figli possibilità di auto-realizzazione e allora credono di motivarli al successo in questa misura amplificata, credendo di fare il loro bene. Oppure solo genitori che hanno abdicato al loro ruolo educativo per motivi personali, e trattano i figli come coetanei o amici, con linguaggio, toni e comunicazioni non rispettosi della differenza di status e di ruolo, oltre che spesso ricche di contenuti diseducativi.

Sono in aumento, nelle casistiche di psicoterapeuti e neuropsichiatri infantili, bambini (Bambini!!) che soffrono di disturbi di ansia e di depressione. Bambini che hanno imparato a modellare il loro sé sulle aspettative dei loro genitori e risultano quindi fragili, perché non messi nella condizione di prodursi un proprio “io” autentico. Bambini che vivono gli appuntamenti della vita, specie nella scuola e nello sport, con l’ansia di fallimento: ogni partita di calcio o ogni interrogazione giusto per fare due esempi, si trasformano, da prove scolastiche e sportive a sentenze definitive ed esami sul loro valore personale. O vittoria o sconfitta. O vittoria o morte.

Per questi motivi è importante che gli adulti che sono responsabili di processi educativi e formativi, inclusi insegnanti e allenatori, abbiano presente questa realtà ed esercitino il loro ruolo educativo nei confronti dei ragazzi e delle loro famiglie. Perché scuola e sport siano opportunità di socialità, di apprendimento, di ri-creazione. Anche di confronto. In un’ottica anche di competizione, che è termine diverso da competitività. Competizione significa impegno e fatica, rispetto dell’avversario, accettazione della sconfitta. Competitività significa ottenere subito il risultato puntando su un presunto talento più che su volontà e sacrificio, supremazia sull’altro, primato del risultato e del successo sui valori del divertimento e della serenità.

Soprattutto le società sportive hanno la responsabilità di restituire allo sport l’aspetto ludico, ricreativo, socializzante, educando genitori e figli a ridimensionare gli eccessi e a rivalutare lo sport come potenziale di crescita umana per i ragazzi.

La proposte potrebbero essere quelle di puntare su una formazione dei propri allenatori, dirigenti, volontari;

una carta etica (qualche società già ne dispone) che stabilisca valori di riferimento, diritti e doveri di ragazzi e famiglie;

un sistema di crediti o patente a punti che valuti le società sulla bontà e sulla credibilità non solo dell’aspetto meramente sportivo ma anche di quello educativo. Tale punteggio potrebbe essere condizionante rispetto all’accesso a possibilità e contributi pubblici.