Famiglia

Nuovi Parchi Giochi

parchi giochi

Appunti su gioco ed esperienza nell’infanzia

Parchi giochi. Al chiuso. Tra le case. Nello stesso edificio di un centro commerciale. Del tipo che uno quando ha finito di giocare si fa la spesa e si compra quello che gli serve. O anche quello che non gli serve. Giochi bellissimi, pulitissimi, studiatissimi per soddisfare ogni esigenza. O quasi. Tutto colorato, tutto ricoperto da soffici protezioni per eliminare spigoli e quanto di pericoloso ci possa essere. Tappeti morbidi dove i figli, come a casa, possono camminare con le calze antiscivolo. I bambini giocano, osservati a distanza dai genitori che si affollano alla macchinetta distributrice di bevande e caffè, urlando per dirsi banalità nel rumore delle urla di duecento bambini sudati e agitati. I figli sono in realtà sorvegliati da giovani stewards che li seguono, fischiano come vigili quando intravedono condotte non irreprensibili o per difendere le zone, vere e proprie aree protette dedicate ai più piccoli.

Un piccolo sistema funzionante e soprattutto funzionale: a chi lo ha pensato, perché garantisce sicuri e lauti profitti, visto che è aperto di inverno quando fuori fa freddo e d’estate, sparando dai bocchettoni aria condizionata; ai bambini, che si divertono un mondo, senza ematomi o sbucciature alle ginocchia; ai genitori, che possono dimenticarsi i figli, sicuri in quell’oasi protetta e in mano agli efficientissimi stewards. Tutto bene quindi. Un’incredibile alternativa al parco giochi pubblico, all’aperto, immerso nel verde, quello con la ghiaia, le panchine dure e i giochi vecchi e a volte arrugginiti. Ci permettiamo una modesta riflessione, non contro qualcosa, ma a favore di un serio dibattito sulla genitorialità e sui significati possibili delle esperienze nell’infanzia.

Quei bambini che non si arrampicano sugli alberi senza correre il rischio di cadere e di farsi male; che non si sporcano scivolando sull’erba di un’aiuola e non vengono sgridati per questo dalla mamma che dice che il verde dell’erba non si riesce a smacchiare; che non si lacerano pantaloni e non si escoriano la pelle perché sono scivolati o sono stati spinti; che non scoprono il nido di formiche tra le radici o uno di vespe tra gli arbusti; che non esplorano ciò che non conoscono; che si organizzano i loro giochi senza animatori e sorveglianti: che genere di adulti diventeranno? Insomma, anche attraverso la gestione di un tempo libero che abita questi luoghi, asettici percorsi psicomotori in assoluta sicurezza e in gabbie sorvegliate, che tipo di soggetti stiamo producendo? Buona riflessione.

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