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Ricercando un senso, tra Vasco Rossi e Zygmunt Bauman

Sono forse io il custode di mio fratello… che lo ammetta o no, io sono… ho scelto di essere… il custode di mio fratello, in quanto il benessere di mio fratello dipende da quello che io faccio o mi astengo dal fare. Il bisogno dell’altro e la responsabilità di soddisfare tale bisogno, fanno, nell’uomo moderno, la pietra angolare della moralità sociale, e nell’accettazione di tale responsabilità l’atto di nascita dell’individuo adulto.

Zygmunt Bauman, il sociologo che ha coniato la definizione di “società liquida“, richiama, in questa citazione, a due concetti che nell’attuale contesto sociale, sembrano aver perso pregnanza: RESPONSABILITÀ e CONDIVISIONE.

Responsabilità, intesa come consapevolezza del peso e delle conseguenze del proprio agire; condivisione, intesa come capacità di sentirsi parte attiva di un consesso più ampio, ovvero del consesso umano, altrimenti definibile come “società civile“. La traiettoria sociale degli ultimi 20 anni ha invece privilegiato, almeno per quanto concerne la parte del mondo nella quale ci troviamo a vivere, il mito dell’affermazione del sé.

L’operazione culturale (o per meglio dire sub-culturale) di bollare come “antiquati“ i valori che avevano sostenuto il nascere delle democrazie post-belliche, ha avuto alcune pesanti conseguenze, sempre più evidenti nel tempo: un progressivo “sfilacciamento“ dei legami di corresponsabilità e solidarietà; l’adesione poco critica all’equazione “ progresso = maggior possibilità di acquisto e consumo di beni “. L’individualismo si è fatto largo a spallate, conquistandosi il primo posto tra i valori più importanti e “moderni“. L’affermazione di sé in termini di autodeterminazione ed autoefficacia ha valenza positiva, se riconosce come proprio limite appunto “il bisogno dell’altro “, come ci ricorda Bauman; ma quando non riconosce né rispetta questo limite, diventa una riedizione 2.0 dell’ “ Homo homini lupus “.

Abbiamo assistito pertanto ad una deriva “ autistica “ della società, nella quale gli individui si sono impegnati a “ realizzarsi “ a livello individuale, spesso a discapito degli altri. L’adesione talvolta acritica al ruolo di “ consumatori “ ha fatto sì che l’attribuzione di senso si spostasse dalle relazioni interpersonali e dai valori condivisi, agli oggetti di consumo. Volendo utilizzare un linguaggio psicodinamico, il mondo degli “oggetti interni “ ( ovvero le rappresentazioni interiorizzate dei vari aspetti dell’esperienza soggettiva ), svuotato di un senso profondo, è stato progressivamente sostituito da “ feticci “.

Quando gli oggetti sono privi di senso, diventano cose.

Stefano Laffi

La conseguenza più pericolosa è quella della “ reificazione dell’altro “; se le relazioni interpersonali perdono il loro senso profondo, di scambio e di rispecchiamento reciproco, allora il mio interlocutore perde la sua dignità di essere umano, e diventa una “ cosa “, della quale non sono tenuto a prendermi cura. L’interferenza pesante della “realtà virtuale “ ha ulteriormente complicato il gioco : se dalla relazione sottraggo il corpo, con il suo linguaggio implicito ed immediatamente riconoscibile, è più difficile utilizzare lo strumento dell’empatia. Se utilizzo lo strumento informatico con modalità “ bulimica “, posso permettermi di vomitare qualunque tipo di contenuto mi passi per la mente su qualunque tipologia di “ bersaglio umano “, protetto dall’ignavia della rete …

Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha.

Vasco  Rossi

In realtà, lo stesso artista si contraddice qualche strofa più sotto , perchè all’aedo della vita spericolata non si addice il pessimismo cosmico …

E allora, quale via d’uscita ? 

Ci sono segnali che depongono per l’avvio di un processo di riflessione critica; la pretesa dell’Occidente di mantenere il proprio “ stile di vita “ a spese del resto del mondo, si è dimostrata una tragica illusione ; si affacciano nuove esperienze di vita comunitaria e di solidarietà, che sommessamente ma tenacemente cominciano a scalfire gli atteggiamenti di intolleranza ed indifferenza. Il mondo degli adulti si è fatto portavoce non sufficientemente consapevole  di stili di vita eccessivamente individualisti, traducendoli in stili educativi rivolti alle nuove generazioni. E’ esperienza comune a chi lavora in ambito educativo, come i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze oggi richiedano invece  in maniera pressante delle attribuzioni di senso.

Ridare un significato alle relazioni, all’ascolto, ai comportamenti sociali; ritirare l’investimento dalle “cose “ e reindirizzarlo sulle persone e sui valori; prendersi la responsabilità dei processi educativi attraverso l’esempio e l’impegno personale. Questi potrebbero essere gli elementi di cambiamento, per aprirci ad un nuovo “umanesimo “ che laicamente si alimenti di solidarietà, tolleranza ed equanimità.

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