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«Io, mamma lavoratrice, non ce l’ho fatta»

mamma lavoratrice

Di seguito la nostra riflessione riguardo la lettera «Io, mamma lavoratrice, non ce l’ho fatta» inviata a Beppe Severgnini, giornalista de Il Corriere della Sera.

Nel 1836 il poeta Giacomo Leopardi compose una della canzoni più famose e dense della sua poetica la Ginestra, un canto poetico ed una riflessione sulla condizione umana: non di quello che essa non può essere, ma di ciò che può essere. La metafora meravigliosamente travolgente e densa è quella della ginestra che sopravvive in un deserto dove non ha scelto di nascere, di crescere, ma dove lotta per la propria esistenza. La sua ostinata ed elegante presenza è vita unica, magnifica presenza nella dimensione desertica priva di germogli. Quello che per Leopardi rende la Ginestra un simbolo così importante sul quale riflettere è che la possibilità della sua vita, della sua sopravvivenza è legata essenzialmente al fatto che essa accetti la propria natura, cosa che gli uomini, o meglio, ciascuno di noi forse, più di una volta, ha cercato di dimenticare, di cambiare o addirittura azzerare.

Nelle pagine virtuali di un approfondimento del corriere online, la 27esima ora, è stata da pochi giorni pubblicata una lettera di una mamma disperata dalla difficoltà di essere una donna in perfetta forma fisica, una lavoratrice affermata, una mamma premurosa ed attenta, una moglie accogliente e presente. I presupposti che possiamo ritrovare a fondamento di queste caratteristiche sono molteplici, ma per le considerazioni che seguiranno se ne metteranno in luce solo alcune.
Un primo aspetto da prendere in esame è quello che una donna si ritrovi a pensare di non poter o, meglio con una alta probabilità di fallimento, essere contemporaneamente moglie, mamma e lavoratrice. Un secondo aspetto è legato ad una latente, condivisibile per la sua natura ed origine, invidia, rammarico verso il genere maschile facilitato in ogni determinazione sociale della vita; in quanto passibile di scelta. Il punto da cui far partire una piccola riflessione su questi aspetti potrebbe essere quello di chiedersi come mai, ancora oggi, sia così diffusa e condivisa la sensazione di impotenza, di sofferenza delle donne che si ritrovano a vivere una condizione di emancipazione storica, che in realtà appare essere molto diversa o, forse, ancora peggiore rispetto a quella che le donne di un tempo, alle quali, per esempio, era vietato mettere il rossetto per andare a votare, avevano creduto di aver sconfitto per sempre.

Gli aspetti che possono rendere la sensazione, ma molto più realisticamente, le effettive condizioni di vita di donne acrobate che riescono a svolgere una serie di operazioni in batteria, molto più velocemente ed efficacemente di uno degli ultimi software che governano gli apparecchi tecnologici, è da un lato la scarsità di un progetto assistenziale nazionale ed inoltre, la difficoltà di poter uscire dalla dimensione richiedente e perfomativa della società. Infatti, la possibilità di un aumento della parità di diritti non porta con sé necessariamente il fatto che una donna, quotidianamente, debba dimostrare di essere degna di questa pari opportunità. Alcune battaglie devono essere portate avanti ed allargate sempre di più, in modo tale da poter coinvolgere le maggiori minoranze possibili, ma non devono essere messi in discussioni i risultati ottenuti.

Molto probabilmente a parole come queste appena dette si potrebbe rispondere che è facile esprimere giudizi e pensieri, magari, da una condizione di vita privilegiata, ma in realtà sono le donne stesse madri magicamente in orario per l’abbraccio ai figli all’uscita della scuola, mogli improvvisamente sulla porta della cucina con i piatti desiderati dalla famiglia già in tavola, e professioniste agguerrite e di polso, di carattere pronte a lavorare al meglio a mostrare come, in realtà, uno scenario differente sia possibile.

Si potrebbe ancora, e sempre con meno voglia di finire di leggere queste righe, sottolineare che è questo il punto problematico: una vita frenetica per soddisfare caratteristiche che una donna deve spuntare come caselle durante la giornata. Il problema, in realtà, è legato alla sensazione di costante inadeguatezza che molto spesso accompagna tutte queste azioni che, molte donne, in realtà scelgono di voler fare. Per combattere tutto questo non è solo necessario che le Istituzioni si riformino e riescano a garantire servizi ed opportunità per le mamme lavoratrici e non, ma che ciascuna donna, come la Ginestra di Leopardi, riesca a vedere la bellezza nella costituzione goffa, ed, alle volte, improvvisata della sua esistenza e gli effetti da super-eroina che essa produce. Questa è la reale emancipazione che le donne, ma anche gli uomini, devono realizzare nel nostro tempo: la capacità di pensare in maniere differenti quelle che dovrebbero essere le modalità giuste nelle quali dover realizzare la propria vita.

Quindi il primo aiuto che può arrivare alle donne che fanno fatica a definirsi nelle varie appendici sociali e non che sentono come definitorie è che, forse, non esiste un modo in cui le cose devono essere fatte. In questo senso intendo dire che la capacità di ciascuno di rendere speciale e propria la vita non possono essere ridotti semplicisticamente a modelli che esistono nella società e che cercano di determinarci, ma dai quali è necessario difendersi. In questo modo è forse possibile accettare come alle volte il peso delle incombenze e delle maschere che si indossano possano avere un peso più leggero così da poter rendere possibile avere un pensiero più lucido e sereno per ottenere legislazioni e spazi più consoni alla vita.
Leopardi nella Ginestra ci mostra quale possa essere la via:

Uno spirito nobile è quello

che ha il coraggio di sollevare

i propri occhi mortali contro

il destino comune, e che con parole oneste

e sincere e senza nulla togliere alla verità,

e confessa il male che ci è stato assegnato,

e la nostra condizione meschina e fragile;

una natura nobile è quella che mostra sé

coraggiosa e forte nella sofferenza.

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