Società

Il figlio di un insegnante si prende una nota e la madre sgrida la collega.

nota a scuola

Perché?

Crediamo sia utile interrogarci su quanto successo in quella scuola di Torino in cui un’insegnante segnala a due famiglie i comportamenti vessatori, messi in atto dai loro figli, nei confronti di un altro studente. Uno dei ragazzi è figlio di una collega della docente. La madre in questione intima all’insegnante, che ha inteso prendere provvedimenti per l’accaduto, di chiedere scusa, adducendo come motivazione il fatto che, su ammissione dei ragazzi, si era trattato solo di un gioco, e che pertanto note e sanzioni sarebbero state eccessive.
Suona male. La madre in questione cinquant’anni fa probabilmente avrebbe ringraziato la collega e avrebbe ulteriormente sanzionato il figlio. La stessa madre avrebbe probabilmente rincarato il castigo, perché forse da quel figlio si sarebbe sentita, a torto o a ragione, umiliata. La stessa madre si sarebbe vergognata e avrebbe detto al figlio di vergognarsi. Si sarebbe posta delle domande. Forse, a torto o a ragione, si sarebbe chiesta dove e quando aveva sbagliato. In seguito, il padre, di ritorno dal lavoro, avrebbe appreso la notizia e avrebbe contribuito con la sua dose di rimprovero o di sanzione. Entrambi avrebbero detto al figlio che li aveva delusi e avrebbero preteso che il figlio l’indomani si scusasse con la vittima dei suoi comportamenti inammissibili. Nemmeno per gioco si fanno certe cose. Forse quei genitori avrebbero telefonato alla famiglia del malcapitato chiedendo come stava il ragazzo, scusandosi essi stessi, e assicurando che non sarebbe mai più capitato.
E’ solo una fantasia, non un elogio del passato. Non si tratta di nostalgia per un modello perfetto (anzi), e nemmeno l’attestazione che ora ci si trovi in un periodo di buio, decadenza, assenza di valori e compagnia bella. Riteniamo però che un confronto possa essere una buona fonte di interrogativi. Non certo per stabilire chi o cosa sia meglio, ma per chiederci il perché di certi cambiamenti. Che cosa può essere saltato? Cosa c’è in discussione, se un insegnante, da cui è ancora lecito attendersi un’attitudine educativa, abdica a quell’intenzione e si schiera a favore del proprio figlio? Qual è la posta in palio per quel genitore/insegnante, se un irrefrenabile istinto protettivo la porta a rompere l’alleanza con un adulto di riferimento nella scuola e sostanzialmente a giustificare il proprio figlio? Se vi è un comportamento protettivo, significa che qualcosa è sentito in pericolo: forse questa è una delle chiavi di lettura. In prima battuta sembra il figlio, che in un difensivo capovolgimento della situazione, oltre che in una clamorosa negazione della realtà, transita dal ruolo di carnefice a quello di vittima. Ma forse non è lui che la madre cerca di proteggere. Attraverso di lui cerca di proteggere se stessa. Dalle sue inadeguatezza, dai suoi dubbi, in primis quello di non sentirsi un buon genitore. Chissà. E come in ogni profezia che si auto avvera, per difendere sé compie una scelta quanto meno discutibile dal punto di vista educativo. Scendere sul piano del giudizio non solo non è corretto, ma soprattutto non porta da nessuna parte. Meglio rimanere su quello del pensiero e della responsabilità. Intendiamo con ciò la responsabilità di tutti, perché quanto successo a Torino può essere recepito come un segno di ciò che sta mutando, nel rapporto genitori/figli, nel pensiero e nella prassi educativa, con il ragionevole dubbio di conseguenze non così edificanti, e nemmeno fortificanti, per le nuove generazioni. Immaginiamo la responsabilità come un filo che unisce le famiglie, le comunità, fino agli amministratori e ai politici, perché da qualcuno prima o poi, dovrà pervenire un chiaro segnale che tutto ciò non va ignorato e che vanno messe in atto concrete progettualità, risorse ed azioni per la formazione e il sostegno degli adulti che educano, in ogni contesto. In attesa, è bene che ognuno cominci a fare la propria parte.

Leave a Reply