Famiglia

Voglio fare il genitore – Riflessioni sul diritto di accesso alla genitorialità

fare il genitore

Riflessioni sul diritto di accesso alla genitorialità

Chi è un figlio? O cosa è un figlio? Che cosa rappresenta? Per due adulti, o anche per uno solo: è un diritto legittimo a procurarsi una discendenza, a completare uno scenario affettivo, a suggellare un’unione o un progetto? Viene a colmare vuoti o a riempire lacune? A soddisfare aspettative? Soltanto se si è onesti fino in fondo e si risponde puntualmente a questi interrogativi si può cominciare un serio dibattito sul diritto che ogni persona o coppia crede di poter vantare pensando di crescere dei figli. Bisogna partire da se stessi e dalla consapevolezza delle inevitabili proiezioni che chiunque getta sul proprio figlio, sia quando generato biologicamente sia quando ricevuto per vocazione o provvedimento. Nel secondo caso non si può non tenere conto che un’adozione (o un affidamento) sono tali in virtù di un duplice precedente percepito fallimento: quello di chi spesso, anche se non sempre, non è riuscito e non ha potuto generare figli; e quello di un bambino che inevitabilmente si offre con un vissuto, e spesso un’esperienza, di abbandono, di rifiuto, e spesso di indegnità, o inadeguatezza. Un figlio. Messo al mondo da altri ma che diventa tuo. Un nuovo inizio che però non riesce a negare l’inizio reale. Perché non si tratta in nessun caso di un giocattolo da riprogrammare o di un computer da resettare. Non è possibile svuotare da quello che era in precedenza e riempire di nuovi dati. E’ un operazione improponibile dal punto di vista etico e impossibile in funzione di ciò che sappiamo dagli studi sulla mente dei bambini. Le persone, e di queste anche i neonati trattengono tutto, e accumulano ogni traccia, felice o dolente della loro esistenza. Chi viene adottato porta un dolore dimenticato e rimosso a volte, ma presente e pronto a riattivarsi quando la vita lo deciderà. Essere genitore adottivo non può prescindere da questa consapevolezza, pena l’ingorgo di genitori pentiti e di figli adottivi e affidati ingestibili, sospinti entrambi per la disperazione negli studi degli psicoterapeuti. Meglio frequentarli prima quegli studi. O le associazioni dedicate. Dopo potrebbe essere troppo tardi. E nel dibattito pubblico questo deve essere in punto di partenza. Non solo quali genitori (maschio e femmina, omosessuali etc) possono essere degni di una genitorialità istituzionalmente riconosciuta, ma quali strumenti e spazi di riflessione possono e devono avere tutti coloro i quali meditano quel tipo di scelta. Deve essere il primo punto di un percorso personale e di coppia. E anche di una legge a tema. Non sarebbe certamente una novità ma si tratta di una’attenzione da mantenere e da implementare. Essere centrati sui propri bisogni e su quelli del figlio che viene accolto è e deve essere il terreno imprescindibile sul quale ogni altro elemento si innesta. Dire, come già alcune sentenze testimoniano, che un orientamento sessuale non può essere automaticamente una valutazione della capacità genitoriale è condizione necessaria ma non sufficiente. Non crediamo sia utile nemmeno un dibattito dal sapore ideologico che diventa scontro tra famiglia tradizionale e famiglie moderne e/o arcobaleno. Ecco, ma di tutto questo, così come del desiderio di due omosessuali o di un single di accedere a qualche forma di genitorialità saremo felici di discutere. Dopo.

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